Questa storia potrebbe iniziare ad una fermata dell’autobus, una capannina metallica poco illuminata e con la pubblicità dell’ultimo panino di McDonald’s che già dalla foto sembra di gommapiuma.

Il buio e l'attesa hanno lo stesso colore
È il primo pomeriggio di una domenica scura, scura come si meriterebbero di essere tutte le domeniche d’autunno. In finlandia le fermate dell’autobus sono così dappertutto: solitarie ai margini di un bosco che solo la neve rende luminose nel buio nordico.
Il 20 arriva dal nulla, i fari riflessi sul manto nero e bagnato della grossa strada a due corsie, l’autista con uno sguardo vitreo osserva chi, sotto una luce fioca, aspetta al freddo e come Caronte è pronto a traghettare anime taciturne. Ho le gambe come paralizzate nel salire i due gradini, mostro un biglietto raggrinzito e in cambio ricevo un ringraziamento sibilato.
La cosa più difficile è scegliere il posto giusto, nè troppo lontanto dalla porta d’uscita ma allo stesso tempo non troppo vicino a qualcuna di quelle facce che non rivedrai più. Mi siedo vicino ad un finestrino, penso che almeno così avrò la scusa di poter guardar fuori piuttosto che pensare a quanto succede intorno.
Negli autobus finlandesi nessuno parla, ognuno ha i propri pensieri e lo sguardo fisso davanti a sè per chilometri e chilometri, Capelli biondi che sgorgano da un cappello di lana rosso del quale non conosco la marca, ogni tanto infila la mano nella borsa e lancia uno sguardo speranzoso al cellulare. Impassibili, i minuti sono intervallati dal cigolante suono che scandisce l’alternarsi delle fermate. C’è chi scende a capo chino e chi, bramoso di arrivare a destinazione, prende posto in fondo al veicolo dove si sfugge più facilmente agli occhi dei pochi passeggeri rimasti.
Nel suo volto si dipinge la preoccupazione, chiude in fretta la borsa con una mano e gira la testa dall’altra parte. Una telefonata che non arriva, penso. Continuo a guardare fuori, i lampioni prendono il posto delle conifere ai bordi della strada.
Come in un riflesso condizionato mi accorgo che la mia fermata è vicina, accade sempre di essere preso da un’ansia infantile quando si tratta di premere quel bottone rosso. L’autista, senza nemmeno udire il suono del campanello, mi fa un cenno dallo specchietto e poi torna scialbo a fissare la strada.
Il bus si ferma, combatto per qualche istante contro la forza di inerzia, scendo e quando sono di nuovo a terra vengo abbracciato da un folata di vento gelido, un colpo di tosse e l’opaco veicolo è stato già inghiottito da una galleria senza che me ne renda conto.
La mia traversata finisce qui, la neve comincia ad illuminare il buio.